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Albero in fiore

L’ALBERO DELLE CAREZZE

Albero in fioreC’era un albero spoglio. Un enorme scheletro di buio a vedersi. Ma non era morto. S’ergeva sulla cima di una collina fiero e impettito contro il vento e la pioggia. Non moriva ma neppure viveva davvero, soltanto resisteva. Un vecchio contadino se lo ricordava, quell’albero: prima giovane arbusto, poi più grande virgulto, e infine frondoso e carico di frutti succosi.
Ma ora non più. Il contadino non capiva proprio cosa gli fosse successo, e viveva con l’unico sogno di rivederlo come un tempo.
«Che posso fare?», si chiedeva l’uomo ogni giorno. E cosa non aveva provato! Concimi, medicine, agronomi, dottori, preti, riti magici!
Una volta, addirittura, aveva fatto montare un’enorme campana di vetro riscaldata all’interno da pannelli solari che restituivano di notte il calore assorbito di giorno. Niente. Nemmeno l’ombra di una lacrima di fiore tra i rami intrecciati.
Una mattina, però, qualcosa successe. Il vecchio contadino portò la sua piccola nipote ai piedi dell’albero per farglielo vedere e raccontargli il mistero di quella strana malattia che sembrava morte e morte non era.
La piccola, non appena si trovò di fronte al povero arbusto ischeletrito, senza un attimo di esitazione si abbandonò a una lunga e lenta carezza sul tronco.
«Perché lo hai fatto, piccola mia?», chiese il nonno incuriosito e insieme affascinato da quel gesto.
«Così. Ho pensato che l’albero magari si sente solo ed è triste. Magari una carezza…»
«Eh!! Bastasse una carezza per curarlo! Io stesso starei ad accarezzarlo tutti i giorni!»
E invece bastò. Oddio, non che una sola carezza potesse far germogliare e fiorire centinaia di fiori e poi di frutti. Però, al tocco della mano bambina il tronco prese a tremare e subito una specie di scossa giunse ai rami che parvero aprirsi come a ventaglio offrendosi ad altre carezze.
A quella reazione l’anziano contadino e sua nipote si guardarono stupiti, si sorrisero, ed entrambi ebbero la stessa idea nello stesso momento.
Nei giorni seguenti, ogni mattina, andavano insieme a far visita all’albero. Lì passavano ore e ore ad accarezzarlo. Ben presto la notizia di quella follia prese a circolare nei paesi vicini più veloce di una freccia che scocca da un arco e vola. La cosa incuriosiva e insieme faceva tenerezza.
In poche settimane altri bambini presero a far visita al povero albero per lasciargli tante carezze. Erano accompagnati dalle mamme e dai papa che pure finivano per imitare i figlioletti. Solo i papà avevano qualche difficoltà: lasciavano carezze furtive, veloci, quasi di nascosto, imbarazzati perché accarezzare un albero non è certo cosa da uomini!
Insomma, ogni giorno non mancava la fila per quello che tutti chiamavano ormai “l’albero delle carezze”.
Di fiori e frutti, però, neanche a parlarne. Dopo quella reazione quasi magica più nulla. Ma la gente non demordeva. Ognuno, quel miracolo, lo voleva davvero, e forse perché l’idea di accarezzare un albero, per farlo tornare a vivere tra fiori e frutti, non era poi lontana da un bisogno di carezze che tutti ci portiamo dentro per essere noi a vivere. Grandi e piccoli.
E in fondo proprio questo successe. Quell’albero non diede mai né fiori né frutti, ma la tradizione di accarezzarlo si fece sempre più forte negli anni, e ogni persona che poggiava la mano sul suo tronco finiva per accarezzare sé stessa dando fiori e frutti alla propria anima. Un piccolo miracolo che l’albero delle carezze continuò a regalare per molti anni ancora fino alla sua morte insieme al vecchio contadino.
Ed oggi quella tradizione continua. Sua nipote, divenuta donna e insegnante, ogni primavera porta i suoi alunni in un bosco, e li esorta a scegliere ognuno un albero preferito per accarezzarlo lasciandogli amore. I bambini non se lo fanno mai ripetere due volte.
In fondo l’amore non cambia che sia per un uomo, un animale o una pianta. Resta nel creato per farsi creato lui stesso: gira, circola, si perde e poi ritorna, ma sempre resiste proprio come faceva l’albero delle carezze.

Nicola De Dominicis