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La memoria di Nessuno

Una nuova rubrica. Uno spazio dedicato a ricordi, frammenti. Un diario, ma il diario di un signor Nessuno. Potrebbe essere chiunque, magari tu che mi leggi. Non importa.

Importa fissarne le immagini, le emozioni, i pensieri. Importa che la memoria viva da sé come fosse una persona. La memoria che scrive di sé stessa.

E si comincia da un luogo che di memoria è carico per eccellenza. Forse ne è il simbolo ideale.

Le sere d’estate eravamo in stazione

Capitava, sì. D’estate, quando il caldo in casa si faceva insopportabile, mia madre smaniava e sbuffava finché inesorabile arrivava un “usciamo!”

Uscivamo. Ero un bambino. Passeggiare di sera mi sembrava già di per sé un’avventura, e ancor di più se il luogo prescelto era la stazione. Ne sentivo il mistero da scoprire in perlustrazione. Ci abitavamo vicino.

Lo scorrere lucido dei binari. Le strutture di verde scuro delle sue banchine. Il rumore ruvido delle valigie in movimento. Gli addii degli innamorati. L’ombra circondata di fumo di un viaggiatore solitario con una sigaretta per unica compagnia.

E poi lui. Il protagonista indiscusso ovviamente. Il treno. In realtà, spesso non altro che un vecchio Intercity arrancante, ma negli occhi di bambino non poteva non impressionare.

Poteva essere un mostro che emerge ruggendo dal buio, o un’astronave in fase di atterraggio con i suoi passeggeri che approdano curiosi sul pianeta Terra.

O poteva essere quello che era: un treno, ma carico di tutta la mia curiosità. Dove andava? Quali paesi avrebbe attraversato? Inghiottito nel buio ne sarebbe uscito?

Comunque tutte queste fantasie finivano col mio stringermi al fianco di mia madre, il suo sorriso e un gelato, magari un cucciolone, dal bar vicino. E insieme guardavamo il magico treno arrivare o partire.

Poi tornavamo a casa.

Avevo dimenticato questo piccolo rituale. Fino a ieri sera almeno, quando per puro caso ho sentito il fischio di un treno in lontananza.

In un attimo mi sono ritrovato a camminare seguendo vecchi i percorsi. Arrivato in stazione mi sono guardato intorno. Ho cercato di recuperare quei stessi occhi di bambino, ma naturalmente era impossibile.

Però, portato lì a sera da non so quale forza, mi sono sentito bene. Ero fasciato dalla presenza di mia madre.

In quel luogo così freddo e impersonale ho recuperato non tanto il suo ricordo, quanto piuttosto un senso nuovo, diverso ma non meno intenso, della sua presenza, del suo esistere ancora, solo in forme diverse, più sfumate e più estese nel tempo e nello spazio.

Guardavo quei binari che si perdevano nel buio e non avevo paura. Anzi sorridevo.

Con occhi di adulto ho immaginato un ultimo viaggio.

Un treno svanisce nel buio, e lo attraversa fino ad arrivare alla luce del nostro sorriso di nuovo insieme.

Nicola De Dominicis